Sostenibilità, alla scoperta del principio di sufficienza

Nella narrativa legata al concetto di sviluppo sostenibile, il concetto di efficienza ricopre un ruolo primario. Ad esempio, l’obiettivo n.12 (intitolato “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite  intende, per consumo e produzione sostenibili, la “promozione dell’efficienza di risorse e dell’energia”, ovvero “fare di più e meglio con meno”, aumentando “i benefici in termini di benessere tratti dalle attività economiche, attraverso la riduzione dell’impiego di risorse, del degrado e dell’inquinamento nell’intero ciclo produttivo, migliorando così la qualità della vita”. Un proposito rilevante e ambizioso, soprattutto se si considera che quasi un miliardo di persone nel mondo soffre di denutrizione e un altro miliardo soffre la fame. Allo stesso tempo, però, si registrano due miliardi di individui in sovrappeso o obesi, mentre 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecate annualmente.

Guardando invece al settore dell’energia, in base a un’analisi dell’International Energy Agency (IEA) pubblicata quest’anno, ci sono circa 775 milioni di persone che vivono senza elettricità (concentrate nell’Africa subsahariana), in aumento di 20 milioni rispetto all’anno scorso. Contemporaneamente, oltre il 99% degli abitanti negli USA e in Europa risiede in territori caratterizzati da un forte inquinamento luminoso. Se a questi numeri si associa l’evoluzione storica dei consumi di energia a livello globale (più che raddoppiati nel periodo 1973-2018, dati IEA) e dell’Earth Overshoot Day (ossia il giorno in cui l’impronta ecologica dell’umanità supera la biocapacità annuale della Terra), passato dal 1° dicembre del 1973 al 28 luglio del 2022, si può notare come la ricerca dell’efficienza non stia generando i frutti sperati nella pratica, pur costituendo un riferimento per politiche governative, economiche, ambientali e sociali.

Dall’efficienza alla sufficienza

In questo senso, l’economista inglese William Stanley Jevons già nel 1865 aveva osservato che, all’aumentare dell’efficienza delle macchine a vapore alimentate a carbone, il consumo di questo combustibile fossile, invece di diminuire, continuava a crescere. Le risorse materiali (ed economiche) risparmiate grazie all’efficienza tendono infatti ad essere riallocate, riducendone o annullandone i benefici. Pertanto, se è vero che si riesce a fare sempre di più con meno energia, dall’altra, i consumi energetici totali continuano ad aumentare. Non è un caso che, all’interno del sesto rapporto IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) si faccia riferimento a un principio diverso dall’efficienza, ovvero quello della sufficienza, definito come “insieme di misure e pratiche quotidiane che evitano la domanda di energia, materiali, terra e acqua, garantendo, allo stesso tempo, benessere per tutte le persone nel rispetto dei limiti del pianeta”.

In particolare, all’interno del quinto capitolo (“Demand, services and social aspects of mitigation”), vengono illustrate una serie di misure focalizzate sulla domanda di beni, servizi (e, conseguentemente, di energia e di consumi), suddivise in tre tipologie, per ridurre le emissioni: evitare (consumare meno di qualcosa), cambiare (sostituire un tipo di consumo con un altro) e migliorare (rendere più sostenibile un consumo esistente). Tra le principali azioni da adottare per diminuire la domanda di risorse ed energia figurano un decremento dei voli aerei e dell’utilizzo dell’automobile in favore dei trasporti pubblici e della mobilità attiva, la scelta di diete vegetariane e vegane (prediligendo alimenti prodotti localmente), o di carne con minori emissioni di gas climalteranti.  Inoltre, sono suggerite anche soluzioni per migliorare i profili di consumo esistenti come il passaggio alle auto elettriche e all’elettricità prodotta tramite fonti rinnovabili, ma anche la ristrutturazione degli edifici e l’impiego di pompe di calore.

Ad ogni modo, nel rapporto viene evidenziato come le azioni sopra menzionate, per essere efficaci, debbano coinvolgere “individui (es. scelte di consumo), cultura (es. norme sociali, valori), aziende (es. investimenti), istituzioni (es. politiche governative) e cambiamenti infrastrutturali”. Questi cinque fattori possono infatti “aiutare a creare un’economia orientata verso equità, benessere e servizi a basse emissioni di carbonio e di domanda d’energia”.

Il principio di sufficienza può quindi supportare quello di efficienza per generare trasformazioni profonde della società, ma ha bisogno di essere maggiormente esplorato e supportato dai policy maker. La parte finale del “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, pubblicato nel 1972, riporta che “non appena una società riconosce di non poter massimizzare tutto per tutti, deve iniziare a fare delle scelte”. Parole ancora oggi attuali e che dimostrano l’urgenza di agire.